Come fare la pace nel Pdl

La situazione del paese che deve difendersi dai rischi provenienti dalla turbolenza finanziaria internazionale rende impossibile, e comunque farebbe considerare irresponsabile, una frattura all’interno del Popolo della libertà che metta in crisi il governo. Il governo e la maggioranza, peraltro, hanno messo a segno risultati apprezzabili, sia nel voto regionale, sia nel ruolo giocato in Europa e ampiamente riconosciuto dal Quirinale, sia, a quel che pare, nella promozione di una ripresa che si annuncia più sostenuta delle previsioni.
18 AGO 20
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Il fatto che non si possa fare la guerra, però, non significa che ne consegua automaticamente la pace. Questa va costruita con atti politici e comportamenti specificamente volti a favorirla. Silvio Berlusconi vorrebbe “metterci una pietra sopra” e questo secondo lui dovrebbe bastare a chiudere la questione, ma in realtà resta aperto il problema del riconoscimento dello spazio della componente che fa capo a Gianfranco Fini all’interno del partito. Questa non è una questione secondaria già risolta, come pensa con un po’ di sufficienza Berlusconi, che sembrava voler delegare i rapporti col presidente della Camera ai “colonnelli”, ricevendo un prevedibile rifiuto.
Come capo del governo e della maggioranza, il Cav. deve garantire l’accordo con l’alleato leghista, come presidente del Pdl deve assicurare lo spazio di discussione e di proposta a tutte le presenze interne, anche a quella che ha scelto di darsi un profilo politicamente riconoscibile e autonomo. Quel che deve ottenere, la disciplina all’interno dei gruppi parlamentari, probabilmente lo otterrà, almeno finché le condizioni esterne renderanno palesemente necessario un comportamento coerente a tutti. Gli converrebbe, però, puntare a un risultato più permanente, a un processo di costruzione delle forme e delle sedi per la discussione e la decisione all’interno del partito. Altrimenti, anche se per ora sono improbabili imboscate decisive nel Parlamento nazionale, si possono produrre effetti imitativi della diaspora siciliana, la cui responsabilità, peraltro, non è dei seguaci di Fini. Berlusconi dice che il Pdl è cosa diversa da un partito, ma questa impostazione che ha una sua validità retorica non basta a risolvere le differenze politiche che sono inevitabili, anzi vitali, in un grande contenitore.